di Stefano Grimaldi
“La sola persona che non può essere aiutata è quella che getta la colpa sugli altri”
Carl Rogers
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Avrebbe già detto tutto lui, il pioniere della psicologia umanistica.
Se non fosse che quanto si andrà a dire, non vuole essere un articolo così specifico ma divulgativo e preso da angolazioni non convenzionali.
Allora : ci prende di mira come nessuno (forse solo la sfiga ci vede meglio, tranquilli i moralisti…si può dire). E’ sornione. E’ subdolo. E’ inguattato nell’attesa paziente di quando arriverà il tuo momento. E il tuo momento arriva, anche più di una volta. Ed è tutt’altro che una lotteria vinta.
Quando accade, ti senti in una situazione sfumata nel contempo sottilmente ansiosa ma di quell’ansia invisibile, indefinibile o forse definibile con un disagio dell’essere in una vita che non sembra più tua.
Ti senti stanco, a volte sopraffatto, con una bussola che non riesce a pescare il Nord, ma neanche il sud, tanto meno est e ovest. Insomma non porta da nessuna parte. L’ago è impazzito.
Di gioia non se ne parla, figuriamoci.
Attenzione però: incontri quello o quella iper-attiva e socialmente super impegnata che pare sostengano la galassia da sola o da solo, facendoti pesare che non ha tempo, che ha un sacco di mail, un sacco d’impegni ed è pure felicissima in casa e così via. Tanto che per un attimo ti perplimi e pensi che la persona di fronte faccia parte del Metaverso Marvel.
Invece è un’altro inganno dei diversi abiti e dei diversi volti indossati dal malessere.
Perchè questa persona che pare funzioni perfettamente usa la iper-funzionalità come anestetico e meccanismo difensivo contro il vuoto. Spesso è dolore…ingestibile nel confronto con se stessi. Particolarmente quando sei a tu per tu, dove non si recita…non c’è nessun altro nella stanza ora.
Questi esseri, solitamente, sono un sottoprodotto di una società della performance social-media la quale, se riesce a condizionarti senza il tuo controllo, ti spinge verso una recita parecchio usurante di una narrazione che devi rendere pubblica e perfetta. Mentre a casa o nella solitudine, quando sei senza quel costume da super eroe occasionale, cala il sipario, finisce lo show e sei solo-a con colui o colei ai quali nulla è possibile nascondere. Te stess*.
Ecco che la tua tensione emotiva si libera attraverso la testa, il cuore, lo stomaco. Deve trovare vie d’uscita.
Iniziano le ripercussioni della somatizzazione sul corpo.
Il nostro malessere, comunque, non arriva solamente da un presente sfibrante. Pesca nel passato con la rimuginazione-nostalgica del perduto, dell “avrei potuto”, nell’ossessione di come poteva essere…; o in quel futuro che ormai è un’ansia tirannica sostenuta da incertezze maggiori, società liquida, rapporti liquidi…insomma una valanga fluida.
Che ti sfugge fra le dita.
Chi è in piena tempesta di malessere se ne può accorgere anche da quanta colpa dà al prossimo, al mondo, a tizio a caio. E a volte con ragione. Ma non può essere sempre l’unica ragione. In particolare quando le situazioni si ripetono. Allora è probabile che ci sia qualcosa da rivedere con un kilo almeno di bella autoanalisi. Anche questo è un passaggio coraggioso e difficile da riconoscer-si.
Irritabilità costante, rabbia repressa, erosione dei rapporti, vittimismo, aggressività (anche passiva) e molto altro facilmente individuabile, sono stati emotivi che hanno, oltretutto, la funzione di allontanare perfino quei pochi eletti o elette che potrebbero aiutarti. Spingendoti in una spirale d’isolamento progressivo.
In conclusione: nessuna pretesa di morale qui. Solo spinta alla riflessione.
Come dicevo, la citazione iniziale è “una” via maestra.
Ma anche questa in chiusura, non scherza:
“Dare la colpa agli altri è un piccolo e pulito meccanismo che puoi usare ogni volta che non vuoi prenderti la responsabilità per qualcosa nella tua vita”
Wayne Dyer
