di Stefano Grimaldi
“Non cercare di essere una persona di successo, ma piuttosto, di valore.”
— Albert Einstein
Mi sono quasi convinto, tutto sommato, età ed esperienze comprese, che il valore della totalità emotiva vissuta, inclusa la sofferenza, è superiore rispetto al minor valore di una vita vissuta in modo apatico.
In pratica, a ben pensare, ce l’ho fin da ragazzo con gli ignavi.
Per “sentire”, serve però il coraggio.
Il coraggio dell’affronto, il coraggio del superamento, il coraggio di voler evolvere, il coraggio di vivere…non di esistere.
Mentre Sigmund Freud, giustamente, sosteneva che non si è mai così indifesi come quando si ama;
Alfred Lord Tennyson, sosteneva che è meglio aver amato e perduto che non aver amato affatto; preferendo come soluzione di una vita spesa bene, l’esperienza seppur dolorosa.
RICCHEZZA EMOTIVA VERSUS APPIATTIMENTO SENTIMENTALE
Gioia e Dolore, sono un’antitesi imprescindibile se si volesse optare per un vissuto completo e degno di quella situazione umana che è la vita.
La stessa, protetta – chiusa – piatta – anestetizzata, farebbe perdere un valore inestimabile, ovvero; l’incapacità del sentire tutto di cui si accennava (quindi anche il peggio), pena, la indiscutibile perdita della crescita personale.
Nella sfortuna, vi è da dire che abbiamo “la fortuna” di non essere esenti dai dispiaceri che la vita ci riserva e ci riserverà in proporzioni differenti a ognun/a quindi, la differenza vera di un vissuto piuttosto che un’ altro, starà anche nella capacità d’affronto (vedi coraggio sopra).
IL desiderio molto moderno di “ottimizzare l’emotività”, nascondendo i sentimenti negativi (ansia sociale, solitudine urbana, overload informativo, invidia ecc. ) ma cercando di appannarli con la felicità da like da social media,è una finta via di fuga.
I sentimenti citati sopra, in realtà, seppur in forma diversa, sono sempre esistiti ed oggi amplificati da quella modernità digitale, strumento potentissimo dalla doppia lama.
Una strategia possibile, anche se fa tornare al timoroso tema iniziale, rimane sempre quello di optare per le relazioni autentiche per quanto potenzialmente (anche) spinose possano rivelarsi.
L’ACCOGLIENZA
Non ha senso, non si può scappare all’infinito dalle cose…e nemmeno dal dolore.
Arriva un momento, per il nostro bene anche se così non pare, che ci conviene – con un coraggio a volte inaspettato uscente da dentro di noi, nascosto ma presente – scegliere di affrontare, combattere, superare, crescere.
Vivendo.
Fuori da quello schermo falsamente protettivo il quale se abusato ti spinge inavvertitamente verso la sterilità emotiva.
Il dolore – il dispiacere – la sofferenza, sono maestri brutali la cui funzione è quella di insegnarci i limiti e la nostra forza.
Dell’indifferenza, che è la morte dell’anima bisogna avere paura.
Meglio le maree, le cime, le discese, le fiamme e perfino gli abissi, perchè la ricchezza emotiva è un valore supremo, anche quando comporta quel dolore di cui Nietzsche, nel “dire sì alla vita in tutte le sue forme”, vedeva la via migliore per una vita autentica: accettandola e trasformandola.
Chi non prova la mancanza non può apprezzare la presenza...diceva un vecchio ma sempre valido adagio…a proposito di orchestra.
