E’LA PAGINA BIANCA CHE DETTA

di Marcello Vitale

Il foglio bianco, all’inizio lo guardi sconsolato, scrivendo puoi, metaforicamente parlando, andare a destra, a sinistra, al centro; un pò come le squadre di calcio in mezzo al campo che aspettano il fischio dell’arbitro per l’inizio della partita, aspettano ai limiti di ciò che di lì a poco potrà accadere, via si inizia, pensano, potrebbe o una o l’altra vincere la partita ma anche perderla o forse entrambe salomonicamente pareggiarla.
Ma anche il torero che entra nell’arena e poi il toro, sotto gli occhi degli spettatori sugli spalti, si guardano, si fissano, si sniffano (il torero agitando la muleta, il toro strofinando in segno di sfida gli zoccoli sul terriccio) tutto potrà accadere da lì a poco, la morte del toro ma anche quella del torero.

Così anche lo scrittore fissa il foglio bianco ma sa che anche il foglio bianco ha i suoi spazi “personali”, i suoi magnetici occhi che spiano dal nulla, sa lo scrittore che se vuol essere concludente, combinare qualcosa di buono, deve cedere qualcosa del proprio sé, che il suo ego, la sua autoreferenziale presenza deve essere affievolita alla partenza, allentata, non sormontante quella del foglio bianco (spesso imbrigliato nella pancia di un personal computer) che ha un suo fascino, una sua vita autonoma, una sua intima voce ispirativa che esorta lo scrittore ad iniziare comunque, dai inizia, esorta, butta due parole come capitano, da limare solo dopo, assisterai man mano al prodigio che le parole, arrampicandosi su se stesse, genereranno in automatico una storia, a volte un romanzo intero, una vicenda completa.
Collaboreremo, caro, coinvolto promette a questo punto lo scrittore al foglio.

E senza pensarci due volte inizia a scrivere.