di Stefano Grimaldi
Il più infame degli uomini è il quaquaraquà: non merita neppure di essere chiamato uomo.»
Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta (1961)
Nessun naso storto, ipocrisia bigotta o grida allo scandalo.
Quella espressa nel titolo è una classificazione dell’umanità assunta dalla Treccani, una delle opere culturali più autorevoli di sempre.
Già sdoganata lessicalmente – da quando ne scrisse Leonardo Sciascia facendola divenire un riferimento antropologico immortale.
E’ un termine antico, che non sapeva di essere già equal-gender; quindi valevole per Lui e anche per Lei
Nel mondo moderno, questa figura vuota e nefasta, si è evoluta.
Se un tempo tale povertà comportamentale era relegata ai bar, ai circoli o circoscritta in ambienti meno visibili, oggi invece, dispone di una cassa di risonanza che ne amplifica la portata infettiva.
Chi è oggi il Quaquaraquà
Dal peso specifico nullo, inconsistente, e dalla tendenza patologica alla verbosità e allo sproloquio, solitamente noterete che per paradosso, il Q (per brevità), ha un tono di voce impostato sempre al massimo dei decibel possibili. Oltretutto, ho personalmente constatato che, mentre c’è chi alla prima folata di vento si becca una raucedine o una disfonìa – egli/ella non hanno mai le corde vocali calanti.
Nemmeno Enrico Caruso nel suo Prime aveva una voce così stentorea.
Sembra una sorta di inconsapevole compensazione della natura. Meno cose intelligenti hai da dire – più hai un volume vocale potente…e viceversa.
La cosa a mio avviso più grave della tipologia in questione è che una volta decodificato con grandi sforzi di meningi e volontà ferrea, ciò che è stato emesso da quelle bocche: il risultato non ha etica, non ha verità, non ha soluzioni e, soprattutto, non ha mai coraggio.
E’ un fiume di tossine che invade spazi pubblici usando il qualunquismo, la negatività, la critica ostativa, la pagliacciata, l’avere ragione più che la ricerca di confronto e crescita (attenzione a quest’ultimo passaggio*). Null’altro.
L’Alterazione dell’Equilibrio Sociale
Il Q, se pare inizialmente innocuo, ha invece la capacità indiretta, ma altrettanto destabilizzante, di incidere socialmente. In che modo?
Promettendo – rassicurando – giurando senza ovviamente dare seguito a queste aspettative indotte nel prossimo quindi abusando dei valori; svalutando così un mercato sui cui pilastri si basa una buona parte dell’ assetto umano: la fiducia nel prossimo.
Quando se ne incontrano troppi/e di Q, diventa quasi sempre una conseguenza – abbastanza naturale- il non credere più a nessuno; facendo sabotare i rapporti.
Insomma, ‘sti ceffi non fanno più nemmeno ridere, perfino se provi a prenderli alla leggera. Altro errore di accettazione che si rivelerà più avanti.
Sia chiaro che la società si destabilizza certamente per colpa degli uomini e delle donne di “cattiva” volontà, ma anche per l’eccesso di antropomorfi come il Q che occupano posti di comando, pulpiti nei talk show, riconoscimenti numerici sui social da dove dispensano pseudo-scienza, pseudo-umanesimo, pseudo-resilienza e insomma…tutto pseudo.
Questo comportamento simulatorio, simile al vero senza esserlo, questa zona grigia, questo ventre molle posto fra il quasi vero e il falso, questo modo di imbonire recitando una solidità solo superficiale, crea una fragilità dei confini di riferimento che fa credere ai o alle Q di essere in potere di un “qualche cosa” e – a chi gli crede – di essere di fronte al problem-solver. Troppo facile e bello sarebbe. La cartina al tornasole si avrà, infatti, quando le pseudo-sicurezze (torna assillante questo prefisso greco) si dissolveranno di fronte alle reali difficoltà. Il primo segnale? Q sarà già irreperibile.
Umberto Eco, con sagacia, ne aveva già profetato le conseguenze in riferimento alla libertà di parola agli imbecilli , e come una sorta di democrazia tecnologica incontrollata, resa troppo fruibile alla massa, avrebbe amplificato in modo pericoloso questo fenomeno, facendo sentire troppa gente in diritto di disquisire sulla qualunque.
Mi piace troppo chiudere così-con un vero influencer
*«Non discutere mai con chi ha più voglia di vincere che di capire»
Arthur Schopenhauer
