di STEFANO GRIMALDI
“L’attività frenetica, non importa di quale natura sia, è sempre una forma di pigrizia spirituale. È il rifiuto di riflettere su se stessi.” — Carl Gustav Jung
Ho sempre pensato che il fallimento di molte relazioni, e di conseguenza di molti progetti, dipenda dal poco tempo dedicato a una sana autoanalisi. In pratica, perdiamo un’infinità di tempo a correre nelle direzioni errate.
L’autoanalisi richiede una fatica immensa, molto coraggio, volontà vera di crescita, onestà intellettuale e morale. Nemmeno troppa intelligenza. Valori che può avere anche un normodotato d’intelletto, direi.
Il vero grande inganno della nostra epoca è aver confuso l’evoluzione personale con l’accumulo di performance.
“Iper-efficienti fuori, analfabeti dentro.”
L’agenda piena diventa un alibi perfetto: più riempiamo le giornate, meno dobbiamo ascoltare ciò che ci inquieta. L’efficienza, così, si trasforma in un anestetico. Finché corro, non devo rispondere alle domande (scomode) che mi abitano.
Ecco il primo inganno a se stessi e agli altri: correre, riempire l’agenda già straboccante e raggiungere risultati visibili dall’esterno-prossimo diventa un perfetto paravento per non guardarsi dentro. Ad esempio, comportandoti così non ti accorgi degli altri e dei loro spazi, impegni, pensieri, andando a penalizzare già i rapporti magari ancora ai blocchi di partenza.
Migliorare se stessi, aggiungiamo al già detto, richiede silenzio, solitudine, critica severa verso i propri difetti e, soprattutto, quel Dio Tempo che in tal caso non produce un ritorno economico e sociale immediato. È un lavoro invisibile e faticoso, al quale non si dà valore.
La scorciatoia dell’efficienza
Fare le 50.000 cose, stando al concetto dei successi esteriori, è molto più facile e gratificante nel breve termine. Dopamina, ego, approvazione degli altri. Oggi la società non ci chiede quasi mai di “essere”, ci chiede di funzionare, produrre.
Se non produci secondo sistema, aspettative, giudizio del prossimo, se non mostri risultati tangibili, sei un nessuno, per molti.
Di conseguenza, il tempo dedicato a riflettere, a coltivare l’empatia, a smussare i propri spigoli caratteriali o a comprendere i propri errori viene messo nel cassetto del “tempo perso”.
Le conseguenze sulla collettività
Una società fragile. Ecco qual è la più costosa delle conseguenze. Se una società è composta da individui iper-efficienti ma intimamente irrisolti, egoisti, arroganti, incapaci di gestire le proprie frustrazioni, quella società fallisce, non importa quanto sia tecnologicamente avanzata o economicamente produttiva.
Perché si generano manager di successo che non sanno comunicare con nessuno, nemmeno in famiglia, distruggendola anche ogni tanto. Si generano robot che non sanno però stare soli e non fare danni.
In sostanza, costruirsi meglio per riflettere meglio sulla società, dicevano gli antichi, pare ancora a distanza di millenni la cosa più saggia da fare.
Non è una morale. È solo una constatazione personale: ho sempre fatto fatica a provare simpatia per quella forma di autocelebrazione che trasforma ogni gesto in un palcoscenico, mentre le opere davvero importanti si stanno consumando altrove, al riparo da sguardi e spesso da persone apparentemente improbabili.
Ecco, a sipario di tutto ciò, posto un finale che è una via d’uscita memorabile capace di chiudermi — a sandwich — il pensiero:
“Che giova attraversare il mare e cambiar città? Se vuoi sfuggire a ciò che ti tormenta, non devi essere altrove, devi essere diverso.” — Seneca
