SUPERCAFONI 2.0

di STEFANO GRIMALDI

Analisi ibrida con ironia chirurgica, antropologia spiccia e un tot d’indignazione leggermente snob

“Un’epoca che si nutre di illusioni produce solo mostruosità eleganti.”

Nicolás Gómez Dávila

Resilienza. Forse il mio termine cafone preferito.

Subito dopo: lifestyle, bro, experience, storytelling, feedback, cringe, mi hai triggerato, location, upgrade.

Un oceano di villanate travestite da ansie da prestazione sociale, dette per sembrare sempre “al top”.

La chiave non è il mondo visto dai boomer: anche parte di quella generazione si è fatta contagiare da questa supposta avanguardia verbosa e verbale. Oggi trabordante di anglicismi, appunto cringe.

Il punto è un altro: siamo diventati tutti un po’ cafoni, confondendo confini che un tempo erano netti. O meno “fluidi”per restare in tema — o in asset, che suona più cafone.

Un tempo il cafone era riconoscibile: petto schiena spalle ultra-villosi, crocifisso d’oro nonostante le bestemmie, camicia aperta al terzo bottone, pacchetto di sigarette nell’elastico dello slip da mare, stereo a palla con equalizzatore grande più del cruscotto ecc. Era un’etnia ruspante, grezza ma coerente.

I supercafoni 2.0 invece hanno soldi, accessi, possibilità, abitazioni fuori dal suburbio.

La cafonaggine non è più l’ignoranza del bon ton: è adesione compulsiva a trend ridicoli per simulare uno status inesistente.

Perché spari due anglicismi? Poi vedi tutto il mondo in bianco e nero? Ma dai.

IL GRAN GOURMET DELL’ERA DIGITAL

La top five delle supercafonate parte da qui. Esperti improvvisati armati di cellulare da mille euro minimo che prima di assaggiare — pardon, fare il tasting— annusano il piatto come se ci capissero davvero qualcosa. Quel qualcosa che un tempo necessitava di frequentare almeno Le Cordon Bleu di Parigi, prima di osare una critica seria.

Il gesto va mimato in modo plastico, definitivo, con suspense teatrale, tensione narrativa, fiuto da babirussa in calore. La bistecca tomahawk ricoperta d’oro vuoi non metterla nelle stories? Sennò dov’è il concept? Dov’è l’experience della cruditè di calamaro stempiato delle Lipari con disco vinoso dal sentore foxy e coulisse di riduzione balsamica?

Insomma, un finto o una finta preparata che recitano il mangiare bene con gastro-narcisismo performativo. Ma se provi a chieder loro la differenza fra la tendenza dolce e la dolcezza o fra sapidità e salinità ti rispondono tutti umami; che è un’ altro straordinario classico moderno, così ti salvi buttando la palla in corner.

MISTICISMO ALLA RASPUTIN

Mai visti così tanti proclami spirituali dai resort a 5 stelle in micro-bikini o con una tartaruga addominale e trattenuta di respiro giusto per il reel, laddove nulla si concilia con la saggezza dovuta a età e tempo investito in altri generi di formazione.

Ritiri di “silenzio e purificazione” rigorosamente in spiaggia da set cinematografico – mai da una stalla della Val Brembana con il maglione a collo alto che scopre solo la testa; cioè quello che serve.

La performance ha colonizzato anche il relax, dove però lo pseudo-equilibrio elargito e spesso non richiesto è da otoliti impazziti.

Il valore da raggiungere è il successo…economico però. Perchè millenni di storia umana tutti lì devono finire.

REFERTO CLINICO-PSICOTICO-NEURO-DELIRICO-CAFONICO

Quanta fatica per apparire alla fine così deboli. Quanta fragilità sotto la superficie. Schiavi di un giudizio friabile, volubile, generale e genericamente superficiale che ti tiene in pugno — e nel caso di alcuni uomini, anche qualcos’altro più in basso, meno dimensionato di quel che si vuol far credere.

Mio nonno – classe 1920 generazione silenziosa – ovvero quella generazione che ne ha veramente viste di tutti i colori, non l’ho mai sentito dire la parola resilienza (sinonimo di influencer).

Perchè quelle donne e quegli uomini lì, non la dicevano. L’avevano.

Quindi, cari Cafonals che spiegate al mondo il relax sciallo o quella ipotesi di carriere che ci dite di avere mentre Sir Lawrence Olivier non ha mai definito così la sua, ho una news: nemmeno tutto l’acido ialuronico del mondo, né mille creme di pangolino, né testosterone a secchiate potranno salvare tutti noi quando la biologia ci presenterà il conto, e la vita reale pure.

Lì inizierà a contare ciò che non hai mai studiato, capito, interiorizzato, rispettato, ipotizzato, conosciuto.

Il fenomeno è certo molto antico, ma oggi è troppo democratico, ecumenico, esteso.

È pura regressione sociale travestita da progresso.

Non so se siamo più moderni, forse siamo diventati semplicemente dei cafoni più sofisticati.

Con sicurezza, so poco, ma di certo ho capito che “Come uno fa una cosa, fa tutte le cose.”