NUOVE GENERAZIONI – NUOVA VIOLENZA

di STEFANO GRIMALDI

“La violenza non nasce: si imita.” René Girard

Per Girard – uno dei pensatori più influenti del Novecento sul tema – la violenza non è un impulso naturale né un fatto isolato: è contagiosa, rituale, imitativa, performativa.

La percezione di un’ondata di violenza inaudita, specialmente tra i giovanissimi, è un tema che ha preso, è il caso di dire con forza, il palcoscenico mondiale.

O per meglio dire, ormai non è più una percezione. E da un bel pezzo.

Senza fare cronaca dolorosa e già virale, quindi visibile a tutti, può essere più utile cercare (a fatica) di superare l’emotività almeno per un attimo e darci una chiave di lettura strutturata del fenomeno attraverso una concisa analisi sociale critica e, soprattutto, documentata.

LA VIOLENZA NELLA STORIA

Dal punto di vista statistico e criminologico, le società contemporanee occidentali registrano tassi di reati violenti (come gli omicidi) nettamente inferiori rispetto ai secoli scorsi o anche solo agli anni ’70 e ’80.

Cosa è cambiato davvero: Non è necessariamente aumentata la quantità assoluta della violenza, ma la sua visibilità (video social), la sua ritualizzazione (dinamiche di gruppo), la sua impulsività (senza elaborazione dei danni procurati) e la spinta data da una notevole perdita di riferimenti sociali e normativi.

In sostanza, oggi, la violenza giovanile appare destrutturata, priva di uno scopo utilitaristico (non si ruba per fame o si delinque per affiliazione ideologica) oltre ad essere priva di un contesto politico o sottoculturale solido, ovvero: la violenza giovanile contemporanea non nasce più da una “logica” che una volta era riconoscibile – riconducibile a…, oggi è acefala.

Essa, non appartiene a un sistema di valori (seppur giudicabili), regole, codici o appartenenze, non serve a ottenere qualcosa di concreto, non si lega a ideologie, gruppi organizzati, movimenti, o subculture con identità definita. la violenza giovanile di oggi è spesso gratuita, episodica, non finalizzata, non identitaria. Un gesto che non “serve” a qualcosa e non “parla” per conto di nessuno; è un atto che esiste senza un fine, per quanto discutibile possa essere.

Le radici della violenza minorile contemporanea nascono dal vuoto e dal nichilismo.

Quando mancano prospettive sul futuro e punti di riferimento simbolici, la prevaricazione o il gesto estremo diventano l’unico modo per credere di esistere o per scaricare (malissimo) una frustrazione sotterranea malgestita.
La spettacolarizzazione e l’iper-visibilità della violenza odierna attraverso smartphone e social media, danno ai giovani deragliati una idea di potenza, di performance e un falso senso vitale profondamente deformato di quella che è una richiesta di attenzione, elevazione di status, rispetto sociale e altri mille disvalori confusi per valori.

Il vuoto famigliare, scolastico, educativo, istituzionale, legale fra la società sana e “loro” è una voragine ad oggi incolmabile.

Quindi, le cosiddette agenzie educative in crisi identitaria e appena citate, non sono più in grado di infondere autorevolezza e strumenti giusti di integrazione e crescita ai giovani disagiati o in cerca di credo e fari.

L’iper-protezione affettiva dell’infanzia a cui segue un successivo analfabetismo emotivo nell’adolescenza dove i ragazzi non sanno dare un nome al dolore, alla rabbia, al rifiuto, ai fallimenti, alla crescita e a tutto quello che dovrebbe formare alla vita, sfocia in violenza ingestibile.

Se poi caliamo la briscola della mancanza di modelli adulti credibili e solidi, lasciamo il campo libero alla legge del più violento. Sia chiaro che questa carenza non giustifica le responsabilità del giovane: è però uno degli ingredienti fondamentali che latita.

La violenza non nasce dal nulla, ogni epoca ha avuto le sue forme di devianza, ma oggi siamo già avanti nella sua normalizzazione e drammaticamente, a volte, impunità.

La ricostruzione di un modello sociale sostenibile e virtuoso parte dal mondo adulto; il quale dovrebbe con severa maturità trasferire valori che per primo deve saper dimostrare, coi fatti.

Dal film Mississippi Burning (1988)

“You don’t have to teach hate. Hate is taught.” “L’odio non nasce da solo. L’odio si insegna.”