Stefano Grimaldi
Il mio silenzio non è una resa, è la forma più alta del mio disprezzo.”
— Fyodor Dostoevskij
Quando il silenzio e l’allontanamento vengono scelti come risposta a un’offesa, all’oblio o all’esclusione, diventano la più alta forma di rispetto verso se stessi e una dichiarazione di sovranità interiore. La scelta dell’invisibilità diventa riscatto, dignità, autotutela.
Chi ci offende o ci esclude, compie l’atto preciso di relegarci a un posto subordinato nella sua scala valori o per meglio dire disvalori.
Si aspetta una reazione — la rabbia, la replica, la ricerca di chiarimenti o il tentativo disperato di farsi riaccettare.
Tutte queste risposte, anche le più fiere, continuano ad alimentare lo stesso gioco, regalando all’altro il bene più prezioso che possediamo: la nostra energia.
Scegliere quindi di diventare invisibili agli occhi di chi ci ha svalutati interrompe questo circuito.
Per converso, restare presenti nella vita di chi ci ha messi da parte significa accettare di essere definiti dalla loro assenza di empatia.
Quando si cerca (con fatica) di andare oltre il rancore, si spezza definitivamente quella catena invisibile che ti teneva legato/a al ferente.
L’invisibilità e’ il punto d’arrivo di questo percorso di protezione e avanzamento personale.
LA COMMEDIA E’ FINITA
Chi esclude vuole spesso un pubblico silenzioso e sottomesso o, peggio, supplicante.
Sottrarre la propria presenza significa spegnere i riflettori su una commedia tossica nei cui attori principali non figuri mai tu, ma loro, i quali si nutrono della tua sofferenza facendoli sentire giganti.
Recita questa detta che invece è solo auto esaltazione del loro ego. Tipico della piccolezza che ha bisogno di colpire nelle fragilità per così illudersi di essere forte.
Prima si riesce a capire che non tutti meritano di accedere al tuo spazio interno, meglio è.
L’oblio e’ una ripresa di controllo e libertà di decidere con chi, quando, come e perché.
Voltare le spalle e scivolare nell’ombra non va confuso con la fuga che è ben altro, ma è da intendersi, oltretutto, come lezione di una conseguenza del suo comportamento e del suo gesto incapace di gestire e custodire ciò a cui non ha saputo dare e riconoscere valore.
Il ferente può tornare, particolarmente quando la sua strategia di vita fallisce.
E se non vi sarà stata una sua crescita vera, portata da autocritica e pentimento serio, attenzione perché potrebbe essere una celata ricerca più facile di quella assoluzione che puzza sempre dello stesso egoismo
