Stefano Grimaldi
Continuo a chiedermi chi sia veramente autorizzato a determinarlo.
La storia è piena bombata di casi incomprensibili della distruzione o del non riconoscimento dei talenti.
Il primo esempio che mi arriva: E’ il 1840, Milano. Un aspirante musicista proveniente dalla bassa padana contadina subisce in un lampo la morte prematura dei due figli, la perdita della giovane moglie Margherita, il fallimento di un’opera comica scritta con il cuore a pezzi e il disprezzo di un pubblico che lo dava già per finito, ancor prima di cominciare. Non basta, il prestigioso Conservatorio cittadino lo espelle ritenendolo incapace o capace di scrivere tutt’al più musica da banda paesana il cui ritmo si basa sullo zumpa-pa.
Nel buio più assoluto dell’esistenza, la tentazione di arrendersi al giudizio altrui — a chi lo considerava un compositore mediocre, un uomo spezzato — era quasi un dovere logico.
Eppure, la forza del destino (ogni riferimento è voluto) farà prepotentemente emergere di lì a poco uno dei più grandi compositori d’Opera e musicisti della storia. Si chiamava Giuseppe Verdi.
Da questo esempio, si evince che il valore di un uomo e della sua visione non si misura sulla cattedra, soprattutto quando i giudicanti passeranno in sordina come giudicati, incompetenti, senza visione.
La svalutazione, l’abbassamento del prossimo e delle sue virtù è fenomeno atavico, idem se non maggiore in questa nuova società ossessionata dalla validazione esteriore.
Ecco che l’aspettare che qualcheduno metta un timbro di garanzia sulle nostre idee, che un interlocutore spesso posizionato dove non dovrebbe essere ci riconosca un merito, che chi non conosce le nostre ferite ci conceda il lusso della sua mancanza di empatia, diventa un meccanismo capacissimo di continuare a offendere talenti inespressi, poco evidenti perché non spinti da natura egoica o figli di timidezze ed eccesso di discrezione.
E’ il giudicante però, che memore della storia fallimentare di molti giudicanti, dovrebbe occuparsi meglio del criterio usato per sentenziare.
La storia di Verdi ci dice che alla stupidità giudicante umana si può resistere attraverso quella forza che si forgia e consolida attraversando l’oscurità e dove nessuno guarda o capisce.
Se il mondo ti vuole fare a pezzi, puoi contare solo su di te e la tua stessa approvazione.
Il Maestro, non rinacque perché il pubblico cambiò idea su di lui; rinacque perché trovò dentro di sé il coraggio di riaprire quel libretto di Nabucco che stava per buttare, credendo con ostinazione che la sua musica avesse qualcosa da dire.
E allora vaffanculo a chi non ci capisce, non ci sostiene, ci annacqua.
La misura del nostro valore e del nostro Credo deve dipendere da noi, soprattutto in quel tirocinio personale – invisibile ai più – che avrà la forza di soffocare chi ci vorrà soffocare
«Non mi vollero da giovane, non mi avranno da vecchio.»— Giuseppe Verdi
