RECENSIONE A PLINIO PERILLI

di Redazione

Lo sguardo dell’Uomo. Marcello Vitale, magistrato illustre e insieme poeta civile, Rubbettino, 2023.
Autore della recensione: Paolo Carlucci 
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A volte
mi prosciugo
come un pozzo
…
Io ho bisogno
d’accendermi
e per detonatore
non ho che la vita
…
Alla fine
saremo costretti nella solitudine
e lasceremo ad altri
le nostre maschere imbellettate.
Ci mostreremo
allora.
Confondendoci
coi calcinacci.

​Appassionato d’etica, talora sentenzioso e arcigno, ma anche squisitamente lirico, Marcello Vitale poeta effonde nei suoi versi il detonatore emozionale della vita, che si fa vocazione d’esistenza. E lo dimostra la sua notevole e cospicua produzione letteraria, sin dalla sua prima silloge, Orizzonti, pubblicata nel 1985. 
​Uomo che è in ricerca forte di cieli e di ricordi, Vitale, già magistrato illustre, rievoca i paesaggi carichi di luce e solarità della Calabria, rivisitati con la gnomica ombra della veggenza poetica. Alla preghiera, al miserere, eterno e metafisico, si unisce così il pur alto laudario pensoso dei drammi, atavici del Mezzogiorno. In gran parte della produzione di Vitale è autentica e vibrante fiumara d’immagini proprio questa cifra etico-lirica: l’irrisolto male della terra impareggiabile, per dirla con Quasimodo, che appunto mostra solchi e ferite aperte e la poesia diviene allora viva sete di giustizia.

Lo rivelano i versi accesi d’astratti furori ed espressionisti, compresi nella seconda raccolta del nostro, Lo sguardo dell’uomo, dove il romanticismo lirico a volte frondoso pare già potato e verdeggia poi una… ricacciata preghiera di giustizia, un pensiero che guarda, nuovo e problematico, questo divenire dell’essere e dell’esserci. Anche lo stile e la versificazione si fanno segnali formalmente eloquenti di questa metamorfosi, che è un chiarimento nel labirinto di sé, una sperimentazione interiore. 
​Osservo quest’intreccio di vivere e morire, / perenne disgregarsi d’ora in ora/ quest’appassire del fiore, / ruggine che corrompe i metalli, / questo soffondersi presago / sul fanciullesco.

​Il “daimon” civile è già presente ancestrale d’impegno nelle tonalità pittoriche e quasi folkloriche del giardino sentimentale mediterraneo. Quell’etica della solitudine tra gli aranceti che scandiva già alcune poesie dell’inizio, si rafforza e si fa denuncia magistrale e civile contro la mafia e le ‘ndrine calabresi, svelando la vocazione di Cassazione etica di Marcello Vitale, poeta, autore di ballate e canti sorpresi sempre anche nei titoli di una forza dualistica in cui il male, il demone sommerso si riconcilia con una forza spirituale e ampiamente celeste.

E questo cammino è scandito dalle altre varie sillogi che nel corso degli ultimi decenni Vitale ha prodotto, da Serpe che Maria col piede schiaccia (2009) fino a quelle Poesie minime (2019) che tornano in modo acuto e sperimentale alla sete etica che caratterizza la cifra dell’autore calabrese, di cui in quest’ampia monografia, Plinio Perilli, evidenzia le tappe più significative, ripercorrendone la vicenda intellettuale, trovando da par suo, una sinestesia di colori impennati di impegno, nel poeta civile, nell’uomo Marcello Vitale.

Perilli ricostruisce con scioltezza pregi stilistici e culturale dell’autore calabrese. Riprendendo, con una sua singolare sensibilità antropologica e psicologica, anche intuizioni vivide di Emerico Giachery, Perilli restituisce all’opera del nostro, specie alla silloge Dal fondo dell’Aleph (1992), un’immagine ampia e profonda del Mezzogiorno, che si personifica, fuori da facili stereotipi sentimentali in un canto intessuto di deduzioni e investigazioni sacrali, rituali insomma fideistiche. 
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Ad ogni fase della sua opera emergono ardite e talentuose anche le soluzioni formali e la parola si risolve in costrutti esistenziali e forse esistenzialisti, che rivelano digressioni epocali e stagioni di ricerca anche di generi altri dalla poesia, come il romanzo, o la scrittura di gialli, in cui riversa introspezione ed impegno, specie nell’appassionata figura di Carla, la giovane protagonista del romanzo “Nessuno mi può giudicare”. 
​Un autore ricco di stimoli, Marcello Vitale un osservatore del nostro tempo, in conclusione diciamo di Vitale, scrittore fertile, che ha un Dna di pensiero, acceso di stupori e furori, cui il critico Perilli, dà, con originalità e perizia, uno spessore e ricchezza di espressione poetica davvero profonda e originale. 

La critica letteraria
​La recensione riflette sul percorso umano e letterario del magistrato e poeta Marcello Vitale, analizzando il saggio monografico dedicato a lui dal critico Plinio Perilli. I punti salienti sono: 
​Tensione etica e civile: La poesia di Vitale nasce dall’intreccio tra impegno civile (lotta contro le mafie e ‘ndrine) e un’esigenza di giustizia etica e metafisica. 
​Radici mediterranee e calabresi: I versi rievocano la luce, la natura ma anche i drammi atavici della Calabria e del Mezzogiorno, lontani dai soliti stereotipi e ricchi di forza espressiva. 
​Evoluzione stilistica e formale: La produzione di Vitale mostra una costante ricerca sperimentale che spazia dalla lirica intima alle Poesie minime, fino all’esplorazione della narrativa con romanzi e gialli (come “Nessuno mi può giudicare”). 
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Breve biografia di Paolo Carlucci
​Paolo Carlucci (Roma, 1966) è un docente nei licei, poeta e critico letterario. Ha all’attivo diverse collaborazioni con riviste culturali e testate giornalistiche (tra cui Il Tempo). Come poeta e autore ha pubblicato varie raccolte di versi e saggi, tra cui Dicono i tuoi pettini di luce, Google God, L’ora felice, Viterbo sacra e profana, Pellegrino a Civita e Favole d’Etruria.