LA RUBA-LAVORO…O FORSE NO

Editoriale di Stefano Grimaldi

«L’aspetto più triste della vita oggi è che la scienza raccoglie conoscenza più velocemente di quanto la società raccolga saggezza.» – Isaac Asimov

L’uomo ha sempre avuto paura che la tecnologia gli rubasse il lavoro, mentre ogni grande metamorfosi inarrestabile ha invece trasformato prima di tutto il suo significato.

In una recente intervista Elon Musk ha sostenuto che “jobs are going to change. Jobs have always changed”, richiamando al fatto che i tanto temuti computers all’epoca del loro avvento hanno sostituito persone che facevano calcoli con persone che imparavano a usare i computers per i calcoli.

Ok, anche senza bisogno di lui, basta un colpo d’occhio alla storia per capire che dal maniscalco si è passati all’automobile e così via fino alla AI, passando attraverso l’elettrauto, il progettista, il tecnico elettronico, l’ingegnere automobilistico, fino alle professioni legate all’elettrico, al software e alla guida autonoma capace di pescare nella AI appunto.

Ne consegue facilmente che, come Voltaire già nel pieno del Settecento illuminista asseriva (concretizzo il concetto): è più importante la domanda della risposta.

Quindi, è il lavoro che sparisce per colpe di qualcosa o qualcuno, o è una società che mutando chiede nuove competenze?

In merito alla domanda seguente possibile, ovvero: coi nuovi lavori emergenti che società costruiremo? Dobbiamo necessariamente porci un lasso di tempo utile prima di un giudizio definitivo da storicizzare come abbiamo fatto – per rimanere nel core dell’esempio – col Far West; che detto fra noi, nonostante il romanticismo cinematografico di cavalli e cow boys non mi pare sia stata un’epoca così lirica, fra omicidi sommari e colera per un sorso d’acqua, vaiolo e tifo.

Il tecnocapitalista del futuro Musk – ad esempio – fra le sue controverse visioni ipotizza un futuro alla IO ROBOT (film delizioso e avvincente tratto da un libro capolavoro di Asimov) immaginando un futuro nel quale l’AI e i robot potranno fare una quantità enorme di lavori parlando addirittura di una possibile “età dell’abbondanza”.

Sarà. Vedremo. Intanto, la nostra storia è una successione di lavori diventati inutili e sostituiti.

Il telegrafista; il centralinista; il dattilografo; il linotipista; il casellante; il calcolatore umano; mansioni agricole; mansioni industriali ecc.

A TUTTA VELOCITA’!

Quello che a mio avviso può spaventare, questa volta, è la velocità straordinariamente superiore dei cambiamenti di cui è responsabile la tecnologia e dove ti cambia.

L’AI non sostituisce soltanto il lavoro fisico ma può entrare nelle attività cognitive, creative, amministrative e professionali.

Una recente analisi del Financial Times, per esempio, mette in evidenza che il problema non è soltanto quanti lavori cambieranno, ma anche la qualità dei lavori e il modo in cui l’AI viene introdotta nei luoghi di lavoro.

Il punto nodale non è che l’AI cambia il lavoro: cambia il lavoratore. E lo fa nel luogo più delicato: la mente.

IN CONCLUSIONE?

Non c’è una morale conclusiva a mio avviso. Troppo presto come dicevo prima; però c’è un però.

Resta di fondamentale importanza l’intervento umano ed etico nella creazione della AI affinchè rimanga quella umanità complessa ma giusta, empatica, responsabile, giudiziosa e creativa che ci ha fatto comunque progredire; magari non come si voleva, ma dopotutto siamo Uomini non macchine.

«Nulla è permanente, tranne il cambiamento.» – Eraclito

***L’immagine a corredo è creata con l’intelligenza artificiale