di STEFANO GRIMALDI
«È solo per un eccesso di vanità ridicola che gli uomini si attribuiscono un’anima di specie diversa da quella degli animali.» – Voltaire
Quando il sommo Illuminista annotava questo pensiero nel suo Dizionario filosofico, si riferiva non solo alle ristrette menti del suo tempo e i relativi vizi quali la vanità in primis, ma anche all’arroganza di credersi speciali nel creato.
Un atto di superbia tutta umana che, nei secoli, si è trasformato e consolidato in una violenza sistematica verso la flora, la fauna e i complessi equilibri del pianeta.
L’ANIMA DEL GIGANTE GENTILE
Quando la balena avverte l’avvicinarsi della fine, non lotta contro l’inevitabile.
Spesso si orienta verso la barriera corallina (iperpopolata di vita) o si lascia scivolare lentamente negli abissi, facendosi cullare dalla morte.
I biologi marini chiamano questo fatto whale fall
Il corpo della balena, adagiandosi sul fondale, diventa un’oasi improvvisa.
Per decenni nutrirà squali, crostacei, organismi abissali e batteri, offrendo la propria materia per generare nuova vita. Non c’è disperazione,non c’è spreco: c’è solo la prosecuzione di una catena vitale infinita. Un do ut des che esiste da centinaia di milioni di anni.
Secondo il mio Credo personale: un atto consapevole.
La natura, da sempre, opera secondo efficienza assoluta in cui il concetto di “scarto” non esiste.
Ogni foglia che cade arricchisce l’humus, ogni essere animale nutre il terreno che calpesta, ogni atto rientra nel ciclo biologico, naturale, evolutivo. Tutto è connesso, tutto si trasforma.
L’uomo moderno ha strutturato la propria civiltà sul principio opposto: l’accumulo e lo spreco.
Convinto dunque di possedere un’anima “superiore” che lo affranchi dalle leggi biologiche, tratta l’ecosistema come una riserva inesauribile da spogliare o come un fondale su cui depositare ciò che non serve più.
Forse non tutti sanno che, addirittura, il nostro ecosistema orbitale inquinato conta oltre 36.000 frammenti più grandi di 10 cm e milioni di pezzi più piccoli, tutti capaci di distruggere un satellite.
Sono resti di lanci, satelliti morti, bulloni, scaglie di vernice, pannelli solari frantumati, e soprattutto nuvole di frammenti generate da collisioni o test militari.
Abbiamo scambiato la nostra capacità tecnologica per dominio, dimenticando che dove non c’è una armonia fra esseri e mondi non ci può essere futuro a lungo termine e di certo nemmeno le condizioni di una vita qualitativa.
La lezione di Voltaire significa che la nostra “anima” condivide la stessa matrice biologica ed emotiva del resto del mondo vivente, il quale non commette i nostri errori dovuti alle grandi metastasi comportamentali citate sopra.
Quella balena che si dona all’oceano non deve suscitare solo il magone (almeno agli empatici), ma un profondo senso di rispetto verso un mondo che ti ha ospitato, nutrito, fatto prosperare, gioire, soffrire, rischiare, sopravvivere, vivere.
Il mondo non umano non ha studiato Platone, né ha avuto accesso a tutte le forme di conoscenza di cui dispone l’Uomo.
Eppure, sappiamo tutti, senza retorica, che “loro” hanno conservato e conservano. Non distruggono. Rigenerano.
È corretto quindi affermare che l’uomo, a differenza del mondo animale e a dispetto delle sue grandi conquiste, non ha ancora trovato un reale equilibrio con il pianeta che lo ospita?
Direi che la risposta è legata alla dimostrazione (visibile) che una presunta intelligenza superiore, se non accompagnata da rispetto, generosità ed empatia, si riduce a una forma di progresso arrogante e sterile. E il cerchio con il concetto iniziale si chiude.
Per non finire con retorica, ecco alcuni dati che faranno perdere ritmo al testo ma sono affidabili e non sono un’opinione animalista, green o altro, ma fact checking selezionati dai report ONU, IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) , UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e UNODC (ufficio ONU che si occupa di criminalità internazionale)
Negli ultimi vent’anni abbiamo perso 100 milioni di ettari di foreste, mentre l’agricoltura industriale è responsabile di quasi il 90% della deforestazione globale. La sola filiera dell’olio di palma ha generato il 7% della perdita forestale dal 2000 al 2018. In quelle foreste vivono l’80% degli anfibi, il 75% degli uccelli e il 68% dei mammiferi: ogni ettaro abbattuto è una sottrazione diretta di vita.
Il degrado del suolo è salito dall’11,3% al 15,5% in quattro anni, colpendo 3,2 miliardi di persone. Due terzi degli ecosistemi marini sono danneggiati e un terzo degli stock ittici è sovrasfruttato.
La biodiversità collassa: la IUCN registra 8.400 specie criticamente minacciate e quasi 30.000 vulnerabili. Il traffico illegale di fauna coinvolge oltre 160 Paesi e non mostra segni di rallentamento: dalle regine di formica africana sequestrate in Kenya alle 2.000 tartarughe catturate in Florida per il mercato nero asiatico.
Il costo del declino ecologico è spietato: la perdita dei servizi ecosistemici potrebbe sottrarre 10 trilioni di dollari al PIL globale entro il 2050.
L’estrazione illegale di minerali, soprattutto in Africa, sottrae miliardi ai Paesi coinvolti e alimenta reti criminali transnazionali.
Questo è un mondo che l’Uomo sta svuotando e uccidendo, condannandoci. Tutti.
