CHE L’INFERNO VI ABBIA IN GLORIA

di STEFANO GRIMALDI

Questo ossimoro micidiale – augurare la “gloria” nel luogo della dannazione – è voluto.

L’articolo ambisce ad essere un invettiva composta, non urlata ma affilata; il che comporta una fatica ercolina.

Vuole essere una sentenza etica, fredda, ironica e solenne. Guarda dall’alto chi fa del male, non si abbassa al suo livello. Tratta i distruttori – i bulli, gli ecocidi, i guerrafondai, chi maltratta gli animali – non come giganti da temere, ma come figure tragicamente piccole, già condannate dal loro stesso vuoto interiore.

Chi distrugge, chi calpesta i deboli, chi devasta la terra o scatena guerre, spesso, si sente forte, vincente, persino “glorioso” nel suo delirio di onnipotenza.
Questa cecità morale, sostenuta da masse altrettanto prive di virtù, princìpi e norme genera un effetto domino che non farà rimanere in piedi nulla, nessuna delle parti incluse.

La storia (quella onesta) insegna che non esiste un vincitore come lo si intende nell’uso comune, (anche se pare momentaneamente) poichè il rancore procurato dalle violenze subite ha una memoria prodigiosa, autorigenerandosi all’infinito per generazioni ed epoche alimentando il circolo vizioso; a patto che, cambi di rotta illuminati, non siano capaci di spezzare detta catena dell’annientamento.

La realtà è molto basica nonostante la perversione delle menti siffatte, ovvero:

Chi devasta lo fa perché non sa creare.

Voglio esagerare: Dante, descrive il Flegetonte infernale come un fiume di sangue bollente in cui sono immersi i violenti contro il prossimo, soprattutto tiranni, assassini e risma del genere.

La scelta del sangue bollente è un contrappasso perfetto: come i violenti hanno versato sangue nella vita, ora ne sono immersi per l’eternità. Il ribollire del sangue rappresenta la furia, l’ira, la crudeltà che ha mosso i loro atti. Il Flegetonte è quindi un simbolo della giustizia divina che restituisce al peccatore la sostanza stessa del suo crimine.

Detto ciò, la chiave è il principio del contrappasso in una legge narrativa universale, non religiosa, non dogmatica, ma antropologica: una dinamica che vale per chi crede e per chi non crede. La memoria degli altri, della natura o del pianeta che hanno subito violenza viene ritornata al mittente in un modo o in un’ altro. E, anche questo, è un aspetto se volete pure karmico pressochè infallibile, Non è vero che ad alcuni va sempre bene; semplicemente non vediamo o non ci fanno vedere tutto.

LA GIUSTA PROSPETTIVA

La vera forza non fa rumore, non bombarda, non schiaccia, non umilia.

Sta nella resistenza, nella tutela della biodiversità, nella pazienza della diplomazia, nella carezza a un animale il cui unico difetto è fidarsi di certi umani. Sta nell’evoluzione.

Tutto sommato, e nonostante ogni tentativo umano di profanazione, il mondo trova sempre il modo di ricostruirsi.
“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.” — Isaac Asimov

Che l’inferno vi abbia in gloria allora. Incapaci.