FACCE DA CALCIO R-EVOLUTION, un articolo “fluido” per tutti e tutte

di STEFANO GRIMALDI

«La tecnica non è saper palleggiare 1000 volte. Chiunque può farlo con l’allenamento. E poi puoi lavorare al circo. La tecnica è passare la palla con un tocco, alla giusta velocità, sul piede giusto del compagno.» — Hendrik Johannes Cruijff (Il Profeta del Gol)

O della compagna, possiamo dire oggi, in un calcio che ha riconosciuto la propria natura equal gender, aggiornando la celebre intuizione di uno degli Dei in terra di questo sport.

CI VUOLE LA FACCIA GIUSTA

Il viso racconta l’epoca, l’attitudine, la cultura sportiva. È un archivio vivente: restituisce il modo di stare in campo e il modo di stare nel mondo. Il volto ha una sua iconografia. Pensiamo a un gladiatore con la fisionomia di un ballerino di danza classica: non è pregiudizio, è incongruenza narrativa. Piaccia o no, le epoche hanno i loro codici visivi.

Volti scavati, fango sui baffi, sguardi duri, cicatrici come medaglie: questa era l’estetica del calcio del passato. Oggi, invece, tatuaggi, capelli rasati e impomatati, scarpe fuxia, andatura quasi scazzata (cifra estetica dell’epoca attuale), altri simboli. Non giudizi, ma mutazioni culturali.

Il calcio maschile moderno: dalla ruvidezza alla fluidità

Il calciatore contemporaneo non è più il “gladiatore col baffo”, ma un atleta fluido, curato nei dettagli, spesso icona di moda e comunicazione. Questa fluidità non è solo estetica: è anche tattica. Il calcio moderno è dinamico, modulare, privo di rigidità. La ruvidezza ha ceduto il passo alla preparazione scientifica, spesso guidata da professionisti che conoscono il campo più attraverso l’analisi fatta alla lavagna che attraverso la memoria dei tacchetti di alluminio, delle entrate in scivolata su campi che ti strappavano la prima pelle, o di quei colpi di testa a dei palloni carichi di acqua e dal peso specifico di una mina.

R-evolution femminile: dal pregiudizio al professionismo

Il calcio femminile, per decenni, ha dovuto confrontarsi con la mancanza di strutture, investimenti e riconoscimento. Le atlete giocavano con materiali adattati, maglie oversize, spazi residuali, e contro snobismi del mondo di allora.

Il loro sviluppo tecnico era così compresso dalle condizioni generali, che la crescita tecnica era quasi impossibile.

Oggi le calciatrici sono atlete complete: hanno preparazione fisica, lettura tattica, tecnica raffinata. Riempiono gli stadi, generano cultura sportiva, rappresentano emancipazione e professionismo.

Due estetiche, una sola etica sportiva

L’evoluzione del calcio — da territorio narrativamente maschile a palcoscenico globale, mediale, spesso orientato al mercato — ha trasformato il modo di percepire il gioco.

Il rischio è che la spettacolarizzazione sovrasti la sostanza: appartenenza, sacrificio, crescita, identità sportiva, passione e valori veri.

Un tempo, quando tutto era più “boomer” nel senso culturale del termine e meno remunerato, restava la voglia di correre per la maglia che ti aveva cresciuto nel settore giovanile. Oggi quei settori sono spesso ricordi sbiaditi di un passato che ha ceduto il passo agli interessi economici e non all’investimento temporale, formativo e professionale indirizzato alla crescita dei giovani o delle giovani.

Esistono ancora si, ma non sempre con la stessa centralità. E si vede…

Il messaggio finale è semplice: il calcio, come linguaggio universale, ha guadagnato con l’ingresso delle donne inclusività, bellezza tecnica, eleganza, passione primaria. L’unica speranza è che questa rivoluzione non venga risucchiata dalle derive di un certo modo di intendere lo sport: quello che confonde la performance con il personaggio, all’aumentare delle tentazioni.

Perchè personalmente – al momento – vedo molti giocatori e pochissimi Campioni, in senso etico prima che tecnico

Se la sua evoluzione è un fatto. La sua etica dovrebbe essere ancora una scelta responsabile. Ecco la vera rivoluzione.

Chi salverà il calcio ora?