di Stefano Grimaldi
風の電話 Kaze no Denwa…letteralmente il telefono nel vento.
E’ una cabina vuota, posizionata in cima a una collina panoramica, rivolta verso l’infinità.
Questa installazione ad opera di Itaru Sasaki, un giardiniere giapponese, decisa in seguito alla morte del cugino ha una potenza universale, emotiva, extraterrestre.
E’ un simbolo di quel dialogo che si interrompe con le persone care, verso le quali senti la necessità di continuare la comunicazione dopo la morte, o quando non ci sono più.
Immaginiamo come può essere.
Sei su un’altura in posizione favorevole e sospesa fra terra , mare e cielo. Entri. Il silenzio è interrotto dalle folate di vento, dalle onde che si frangono con moto perpetuo. In un qualche modo senti che qualche entità invisibile ti sta osservando. Senti il dolore di chi è entrato prima di te.
L’emotività inizia a liberarsi perchè c’è la protezione della solitudine e della natura matrigna che non giudica, anzi, ti crea le condizioni ottimali per respirare profondamente.
Alzi quella cornetta di un telefono senza fili. Tentenni. Hai troppe cose da dire a troppe persone che hanno fatto parte della tua vita. Ma non è una telefonata divertente a un amico o a una amica che non c’è più. Hai bisogno di risposte. Di esprimere quel dolore rimasto e che hai tenuto sempre compresso. Quei perchè che non hanno mai avuto risposta e che più l’avranno. E allora monta la rabbia. La rabbia di non essere riuscito a capire, a reagire, a rispondere quando era il momento.
La voce si rompe, singhiozzi. Urli, ti sfoghi con tutta la forza che hai tanto sei libero dal giudizio umano che vedrebbe questa reazione come debolezza, disperazione.
Ci sei solo tu, la natura che tutto vede, sente e nasconde e la “tua persona”.
Alla quale non hai detto abbastanza volte amore. Alla quale hai detto troppe volte amore. Alla quale non sei mai stato o stata capace di dire amore. A quel genitore al quale devi tutto o niente, anzi, accidenti a quella volta.
Voce, urla, lacrime, speranze, sogni infranti o realizzati, amori finiti, amori incompleti, amori evitati, amori straordinari che non torneranno mai più. Parli con chi non può più rispondere. Ma continui ad avere bisogno di parlargli, di parlarle.
La parola (scritta, pensata, detta) è una cura al dolore della perdita di qualunque natura essa sia?
Connessione con chi ti sa ascoltare? Rifugio attraverso la letteratura, la scrittura, la poesia?
Ricordi da far sopravvivere al tempo?
Difficile rispondere, può darsi. La parola postuma o mai detta può essere un problema.
Personalmente ritengo che le cose belle o brutte, vadano affrontate in vita. Dette in vita. Risolte in vita.
Allora, il telefono al vento potrai usarlo per dire solamente con serenità e dolcezza “mi manchi”.
Così sì, potrai dire di aver fatto un buon lavoro.
