di STEFANO GRIMALDI
“Seguite i pochi, et non la volgar gente”
– Francesco Petrarca
Se si pensa che questo articolo voglia celebrare la retorica dell’ “ognuno è unico e speciale”, si parte già deragliando. Il terreno è molto più scivoloso.
La volgar gente non è una categoria sociale: è una postura mentale.
È l’omologazione, la fretta, la ricerca del consenso facile. È quella deriva, più attualmente direi algoritmica, che oggi scambia la velocità per profondità e un meme per verità.
N.D.R. per i meno social – webbari : il meme è un contenuto-idea che diventa virale grazie alla sua capacità di essere copiato e condiviso.
Il Dissidio Interno
La massa è una tentazione pericolosa. E questa è un’affermazione pienamente allocata nella linea etica scomoda di AltraFonte.
La massa rassicura, uniforma, anestetizza. Ha una voce corale che sembra avere un senso, una direzione, una verità. Il pensiero unico in sostanza, ovvero quello che ti fa accettare dalla massa, ma non accettare necessariamente te stesso.
Scegliere, invece, crea dissidio. Porta disagi, isolamenti, esclusioni, incomprensioni, pregiudizi. L’individualità — quella vera — litiga con tutto questo, perché la singolarità non sa stare dentro uno scaffale.
Seguire i pochi non significa salire su un piedistallo, ma fare la fatica quotidiana di scegliere ciò che è autentico per sé, anche quando la parte più pigra della mente vorrebbe solo conformarsi per sentirsi accolta, compresa, riconosciuta — anche se non è simile.
Oggi la volgar gente è l’opinione pubblica polarizzata dai social media: trend che durano minuti, originalità ridotta a format, creatività compressa in meme per l’appunto, modelli, ricorrenze.
Dunque, “seguire i pochi” significa scegliere relazioni profonde, gusti non allineati, passioni fuori moda. Significa rifiutare la gratificazione istantanea e illusoria del like, che non è vera approvazione; perchè la vera approvazione necessita di confronto, dibattito, maturazione, evoluzione, accettazione, riconoscimento e sai quante ne posso mettere…E’ una lotta quotidiana tra autenticità e conformismo.
Una notte a teatro
Molti anni fa, al Teatro Regio di Torino, chiesero al Maestro Alfredo Kraus — uno dei tenori più influenti del ’900 — come si sentisse a non essere nel cast dei Tre Tenori. Rispose con eleganza che gli era sempre interessato “essere capito da chi capisce”, non dalla massa a tutti i costi.
Una frase che può sembrare snob, ma che in realtà è una dichiarazione di integrità: la ricerca della perfezione, della coerenza, della unicità del proprio credo. Con un prezzo da pagare nella popolarità.
Coltivare la propria unicità non è superbia: è un dono alla comunità. Se tutti seguono la massa, la società si impoverisce e si blocca. Esprimere se stessi — i “pochi” — significa portare un punto di vista inedito che arricchisce tutti gli altri.
L’anticonformismo di Petrarca invita a prendersi cura della qualità dei pensieri, dell’equilibrio emotivo, della protezione da ciò che è troppo, della selezione delle relazioni che nutrono invece di consumare.
Insomma: se si coltiva il pensiero critico e si resiste all’omologazione, ogni occasione o crisi diventa motivo di evoluzione. Non l’ho detta io. Ma anche questa è un’altra lunga storia.
