di STEFANO GRIMALDI
«La gente è sempre pronta a volgarizzare la bellezza di quei sentimenti che non riesce a provare.»
– Oscar Wilde
La volgarizzazione è un gesto molto antropologico di ribasso; vale a dire ciò che non si raggiunge, si sporca.
Le comunità hanno sempre avuto paura di ciò che supera la loro temperatura emotiva, ovvero: dove si crea complessità, questa non viene quasi mai affrontata.
Viene ridotta, viene deformata, viene derisa, declassata. È il modo decisamente più rapido e codardo per cercare di neutralizzare ciò che mette in crisi quella mediocrità condivisa dalla massa di cui si è già parlato in un articolo precedente (n.d.r. IL GREGGE).
Chi non sa leggere la profondità la chiama complessità, incomprensibilità, complicanza, impegno.
Chi non sa sostenere la bellezza, la chiama egocentrismo, vacuità, ingenuità. In particolare confonde o non conosce il senso di bellezza che nulla c’entra con l’apparenza e l’esteriore.
Chi non sa provare un sentimento, lo banalizza, lo mortifica. E questo, è forse il comportamento più nefasto e volgare fra i volgari da podio.
φθόνος (phthónos)
Per i Greci antichi, il phthónos era una minaccia per la comunità: era quell’ emozione che tenta di riportare tutto al livello più basso, per paura della differenza.
Questa forma di invidia sociale, indica un sentimento ostile verso chi possiede una qualità superiore; è una forma di avversione verso l’eccellenza, la bellezza, la virtù.
E’ il rifiuto del “troppo” altrui.
L’invidia emotiva è la forma più silenziosa di avversione: non riguarda ciò che hai, ma ciò che senti. Per rendere divulgativo il concetto con un esempio, possiamo dire che chi vive in bianco e nero non sopporta di vedere chi vive a colori. E non mi sto riferendo al concetto triviale di bella vita
Tutto questo cosiddetto analfabetismo emotivo è una disgrazia culturale certo, ma soprattutto antropologica, essendoci (trasversalmente) dalla notte dei tempi. E questo, nonostante la funzione evolutiva dell’accesso alla conoscenza condivisa sin dalle prime forme di cultura umana; risalenti ad almeno 44.000 anni fa attraverso rituali, simboli, scoperte, studi ecc.
Allora, come si può ben notare, non mancano le emozioni e gli strumenti. Manca – ancora – la capacità evolutiva di saperle gestire.
IL CORPO ESTRANEO
Essere autentici (non maleducati) checchè in tanti ne dicano con ipocrita senso di accettazione, viene visto ancora come un atto di insubordinazione quale nemico giurato dell’omologazione di pensiero.
Ecco che qualità confuse per debolezza (la delicatezza di sentimenti, per dire) e in particolar modo tutte le forme di sensibilità ed empatia, devono essere protette da quel buco nero fatto di persone incapaci di saperle leggere; pronte appunto a tutte quelle operazioni tossiche citate all’inizio.
Più che chiudersi (comportamento comprensibile che tiene fuori il male ma anche il possibile bene) , sarebbe più pragmatico imparare a proteggere un territorio che va difeso attraverso la selezione preventiva; nel quale – senza troppi scrupoli morali – non tutti meritano l’accesso.
E’ questione di igiene.
Il fango è quello strumento che tenta di trascinare a terra ciò che non si riesce a raggiungere e tanto meno trattenere.
Il nostro arbitrio deve trovare gli strumenti giusti per farlo fallire.
E’ questione di sopravvivenza.
