di STEFANO GRIMALDI
“Tre sbirri…una carrozza…presto! Seguila dovunque vada…non visto…provvedi!”
– Barone Scarpia, da “Tosca” di Giacomo Puccini
Volendo evitare derive cliniche o moralismi da quattro soldi, c’è una costante che attraversa la natura e la storia umana, una linea pericolosamente sottile che separa chi insegue da chi viene inseguito.
La dinamica della predazione è una equazione di forze: da un lato la vulnerabilità, dall’altro il tempismo del predatore o della predatrice.
“Biologia esclusa: nella predazione umana il denominatore è sempre uno — il calcolo.”
Queste personalità disturbate (mondo animale escluso) hanno spesso lo stesso MO – modus operandi.
Studiano il territorio, osservano le crepe nell’armatura altrui e aspettano il momento esatto in cui la guardia si abbassa, per potersi così insinuare fra le maglie delle fragilità o di quei pregi che possono essere aggredibili (buonafede, bontà, disponibilità, empatia, perdono facile).
L’archetipo letterario creato dal drammaturgo Victorien Sardou in Tosca – il Barone Scarpia reggente di polizia – e messo in note da Giacomo Puccini nell’opera lirica omonima, tratteggia in modo chirurgico la tipologia predatoria – non animale – relativa alla brama di possesso, di controllo, di potere sull’altro.
Un predatore sistemico che non cerca l’amore, cerca il dominio.
Non desidera Tosca per la sua grazia, ma per il gusto di spezzarne la resistenza, sfruttando i suoi sentimenti, le sue paure e il disperato amore per il pittore amato.

Così è ogni cacciatore o cacciatrice di vulnerabilità.
Il predatore non appare mai come tale. Si mimetizza nella normalità, nella gentilezza, nell’offerta di aiuto.
LE PREDE PREFERITE
Chi sono, dunque, le prede preferite? Non necessariamente i più deboli in senso assoluto, ma chi in quel momento è isolato, ricattabile o troppo esposto a causa dei propri ideali, dei propri affetti o di un momento di fragilità transitoria, di un momento di debolezza.
Il predatore si nutre del bisogno altrui, offrendo una falsa via d’uscita per stringere il suo cappio.
TRE SEGNALI CHIAVE
La mappatura delle crepe: Prima di colpire, osservano. Cercano il punto di leva: un segreto da custodire, un bisogno economico, un attaccamento emotivo morboso.
La creazione del debito: Spesso si presentano come risolutori di un problema. Creano una dipendenza, un “favore” che prima o poi chiederanno indietro a prezzo di saldo.
L’isolamento della preda: Tagliano i ponti attorno al bersaglio. Meno testimoni ci sono, più è facile far valere la loro legge.
Come ci si ripara? Non con i buoni sentimenti. Da loro sono visti come debolezza. Come sanguinamento.
La sottrazione invece è un’arma in favore: è l’unica forma di autodifesa che non possono manipolare. Nega e toglie loro la linfa vitale di cui si nutrono.
UNA LEZIONE BRUTALE
Il predatore, la predatrice, la predazione umana vive e prospera grazie alle debolezze e alle fragilità altrui.
Costoro non leggono il mondo come lo si dovrebbe eticamente leggere, ma strumentalizzano cercando il dominio. Null’altro.
Non esiste redenzione da parte del Reo predatore; ma solo opportunismo facilmente scambiabile per disponibilità o finta empatia.
Questo genere di persona, per sopravvivere in modo vampiresco e per non dover fare i conti col vero sé, è strutturato per crearsi sempre una via di fuga amorale e giustificata.
Per loro il sentimento non è un moto interno che dà forma al modo in cui interpreti la fusione fra emozioni -pensieri -affetto – rispetto -valori; è una debolezza.
Sono e lo saranno sempre: forti con “quei” deboli e deboli coi veri forti.
Loro non sono i forti, tutt’altro. Sono solo approfittatori.
