L’ONORE DELLE ARMI (ALMENO)

di Stefano Grimaldi

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…Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.”

BUSHIDO – (La via del Guerriero – codice etico Samurai)


Appartengo a une delle generazioni del servizio obbligatorio di leva.

Come quasi tutti, a 20 anni non ne percepivo granchè l’utilità.

Salvo quindi pochi aspetti legati alla solidarietà cameratesca, avrei compreso molto più avanti alcuni valori che, oggi più che mai, sarebbero necessari e di grande formazione giovanile.

Lo sport ha anch’esso contribuito in modo determinante all’assorbimento volontario e inconscio di mattoni strutturali che si sarebbero rivelati fondamentali nell’affronto di situazioni di vita cruciali.

Non mi riferisco solo all’igiene comportamentale e atletica, bensì a quelle caratteristiche determinanti, spesso più importanti dell’intelligenza, nel superare ostacoli, difficoltà, disastri.

Detto ciò, parto da lontano per convergere ad oggi.

Gli Imperatori Romani si focalizzavano sulla Virtus, quale gesto dignitoso e dovuto verso gli sconfitti che avevano combattuto con onore. Questo come grande valore soprattutto da parte del Vincitore. La conservazione della virtù nel non umiliare il perdente era una scelta di eccezionale prova non solo militare ma di elevazione umana e vera forza.

I Samurai, ligi al Bushido (codice di condotta e stile di vita) ritenevano un’ altissima forma di cavalleria, rispetto e forza, il Meiyo. Ovvero quell’onore personale che ne accresceva il loro prestigio, dal modo in cui trattavano gli avversari.

OGGI (vale per lui-vale per lei)

Tali concetti di origine militare, detti nell’uso comune “onore delle armi” per l’appunto, arrivano a noi da una lunga riflessione filosofico-guerriera molto potente, prestandosi magnificamente alla estensione dei concetti sui rapporti interpersonali, sulla dignità della sconfitta o della vittoria nella fine dei legami.

Questo contesto non è terreno nel quale analizzare il terzo aspetto possibile e forse ancora più mortificante: dove nessuno vince e nessuno perde. E’ un’altra storia che riguarda l’inutilità delle guerre di ogni genere…meritevole di riflessioni a sé.

Dicevamo, come ti comporti verso coloro i quali sono o sembrano al momento sconfitti, definisce più te che loro.

La vendetta, ad esempio, seppur apparentemente saziante, è invece una debolezza.

Fa parte di quei sistemi di “giustizia selvaggia” superficialmente risolutori, i quali invece oltre a risucchiarti in una spirale di dolore aggiuntivo e ritorsioni varie, non ti permette una crescita fatta di elaborazione vera dell’accaduto, del confronto, dell’empatia laddove sarai tu, Lo o La sconfitta.

In sostanza, quando qualsiasi rapporto giunge al termine, concedere almeno l’onore delle armi verso la fine dello stesso, di un’amicizia, di una collaborazione ecc. è un atto di rispetto dedicato a quella che è stata la condivisione dell’avventura (certo se è stata almeno e tutto sommato biunivoca) e la dignità dell’altra persona, particolarmente se quest’ultima è stata onorevole.

Il Rifiuto della dignità finale, negando al prossimo l’onore delle armi e una chiusura onorevole, è sinonimo di debolezza e codardìa.

In realtà è una incapacità totale di disporre del valore e del senso dell’onore, ma anche di una totale mancanza di empatia, responsabilità e rispetto di se stessi. Della propria dignità. Direi perfino del proprio senso d’umanità mancata.

E’ gettare fango sulla lotta sostenuta assieme e disonore sui sentimenti positivi primordiali.

E’ un volgare e vigliacco addio ai concetti di etica, moralità, nobiltà d’animo e di (rara) intelligenza emotiva.

E’ una mancanza di rispetto doppia, cioè a tutti e due.

La persona che non concede l’onore delle armi non ha scampo.

Troverà persone sue pari.

Non riuscirà a leggere nel prossimo le stesse sue mancanze, con le quali, prima o poi, anch’ella dovrà fare i conti.