di Marcello Vitale
“E’ dovere del poeta rischiare movimenti dell’anima improvvisi e incontrollati, provocare, intervenendo nella sintassi, tempeste inaudite, dare al suo stile, alla sua lingua, quel sussulto tipico del corpo giovane, lo slancio dell’aquila verso l’alto”
Odisseas Elitis, La dea Flora (particolare), 1983.
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Io in tema di poesia, la penso esattamente come nella sua breve Antologia “IL METODO DEL
DUNQUE” ritiene (v.in foto allegata) il grande poeta greco Odisseas Elitis insignito nel 1979 del
Premio Nobel.
Ho appunto sempre detto, anche per personale esperienza, che se i critici letterari scavano
(come spesso fanno) in maniera esageratamente eccessiva (quasi fossero minatori
caparbiamente ostinati ad estrarre carbon fossile nelle profondità delle miniere) nel verso del
poeta, onde carpirne I significati più nascosti e portarli alla luce, hanno perso il loro tempo o
forse, come dirò, ancora peggio.
La poesia infatti è attraversata da continui bagliori, fosfeni mentali alla Zanzotto, fulmini a zig
zag, sussulti improvvisi ed ancora da frammentate immagini in ombra, guizzi da giocoliere sul
trapezio, meandri mentali indecifrabili, parole appese a mezz’aria come fantasmi, segreti
d’autore volutamente in chiaroscuro.
Lasciamola intonsa la poesia, come nasce, osserviamola mentre sgorga pura dalla fonte, non
scarnifichiamola troppo, non togliamole I suoi angoli di “mistero” che sono la sua stessa
“essenza'”; se no si finisce per snaturarla, facendola diventare “altra”, così uccidendola.
