Commento di Stefano Grimaldi
“L’alchimia non è altro che l’arte di liberare ciò che è imprigionato nella materia.” — Paracelso
Partiamo da un cambio di prospettiva nel valutare Maurizio Santilli.
Com’è accaduto a me, prima si incontra l’uomo, poi si sovrappone — quasi come un secondo strato — la lunga, corposa e meritata narrazione della sua professionalità accademica.
Una professionalità che si muove in un campo spesso minato da confusioni, pseudo-creatività e presunte scoperte prive di una reale comprensione di cosa sia la cultura enogastronomica, o la cucina come forma di trasmissione di saperi, artigianato e arte, più che di ego. Un territorio dal quale Santilli si distingue nettamente.
Averlo conosciuto — oggi posso dirlo con gratitudine — in quel terreno delicatissimo che è il pranzare insieme, condividendo un atto ancestrale di grande valore sociale e umano (e lui lo sa bene), rende quasi riduttivo limitarsi a riportare ciò che di lui è già noto, scritto, ripreso dai media e professionalmente riconosciuto.
Piuttosto, avete mai pranzato con un vero creativo del gusto? Forse sì.
Ma avete mai pranzato con un uomo di questo calibro professionale che non si egoriferisce nemmeno per un istante? Uno che parla di progetti, entusiasmo, valore e valori… e che soprattutto ascolta?
Questo è molto più raro. E, unito al resto del quadro, restituisce tutto lo spessore di un professionista inarrestabile, energico, visionario, innovativo, propositivo e poliedrico.
Le cui idee, in perpetuo fermento o rinnovamento che siano, superano l’istintiva e umana voglia di soffermarsi su se stesso o sul già fatto
E’ un futurista fuori dalle convenzioni che cercano di imbrigliarlo.
Dunque, la citazione iniziale di una delle figure più affascinanti e rivoluzionarie del Rinascimento europeo, mi pare calzi a pennello con la figura del pensatore radicale che Santilli incarna; un autore capace di scardinare e distillare (al pari dell’alchimista) tutta la magia della trasformazione degli ingredienti in emozioni, ricordi, racconti, gusti, profumi, vita.
Un’orchestra di situazioni straordinarie, offerte non da uno Chef o da un accademico, ma da un narratore capace di elevare la gastronomia a letteratura poetica — non a un semplice ricettario, se è quello che ti aspetti — con leggerezza, ironia, sapienza e un’umiltà saggia.
Come durante il pranzo è successo, anche nel suo scritto, non traspare lainsopportabile posa d’autore…
Infine: fra note di vita vissuta, codice etico personale, suggerimenti preziosi, storytelling enogastronomici, un patrimonio esperienziale simile a un pozzo “Qanat”, memoria storica nazionale e innovazione, il libro diventa un caleidoscopio di sguardi, di bellezze, di quella lentezza di cui necessitano gli organi sensoriali o l’empatia verso il cibo e… “musica nel piatto” laddove i suoni raggiungono i sapori secondo il linguaggio e l’impronta unica del Santilli.
E’ un libro per aiutare a ritrovarsi chi, nella cucina, e non solo, si è perso; perchè la sua conoscenza autentica, “rivela”.
Avendolo conosciuto, son certo che questo suo viaggio quasi onirico, è ancora ben lontano dall’essere terminato.
