di STEFANO GRIMALDI
Per credenti e non: famiglia, fede, colpa, vuoto morale. Le crepe in cui entra il male. Analisi di quest’ombra attraverso un film capolavoro.
A cinquant’anni di distanza, L’Esorcista rimane il più spietato e spettrale dramma realista della storia del cinema. Metafora per i non credenti. Verità per i credenti.
Quella maledetta stanza gelida che solidifica il respiro del prete, la trasfigurazione della ragazzina innocente impossessata, quella totale assenza di rumore in cui tutto è imbottito, violato, orrendo, e dove la voce terrificante del Diavolo non è mai stata riprodotta in modo così spaventosamente efficace, sono — paradossalmente — solo dettagli di un messaggio che Friedkin, con una regia a dir poco leggendaria, ha voluto trasmettere attraverso questo capolavoro dell’horror gotico.
L’immortale, identificativa e geniale colonna sonora di Oldfield — asso nella manica del film — aggiunge il suo contributo, quando serve, nel rendere satanico ogni istante.
L’ESORCISTA PARLA A NOI
Via i cliché del genere, dunque. Da un’angolazione differente, molto più subdola — anche se giustamente coperta dalla forza infinita delle scene di possesso e terrore — il regista e la sceneggiatura ci parlano di un pertugio pericolosissimo nel quale il male può insinuarsi: le crepe affettive, morali, familiari. Lì, Satana si insedia.
Non è un caso che l’azione del film si sviluppi in un contesto borghese, apparentemente tranquillo, di una qualunque città americana.
Una madre separata, sola con la figlia. Un padre che non si vede mai e si sente appena al telefono. Assenze affettive, fragilità del nucleo, sensi di colpa, calore familiare negato, solitudini parallele.
E ancora: l’inquietante mancanza di un vero leitmotiv musicale — forse non pensata apposta, o forse sì — che amplifica quei silenzi spaccati solo dall’irruzione della potentissima colonna sonora. Un mix micidiale per destabilizzare le certezze e le paure di ogni spettatore.
William Peter Blatty compone una sceneggiatura che è arte drammatica pura: suspense, silenzi, primi cenni della possessione scambiati per malattie della ragazza, mentre “Colui” ha già trovato un terreno fertile e fragile per iniziare a seminare il suo male metastatico e potentissimo. Perfino la scienza non riesce a spiegare i fenomeni che abitano la giovane.
Le generazioni moderne sono più abituate alla spettacolarizzazione tecnologica che alla tensione psicologica. Qui il demone è invisibile, ma un endosimbionte oscuro.
Lo senti: ha la voce cavernosa e multifrequenza, ti offende, bestemmia, profana, ti vomita addosso, si contorce, scava nella tua anima e nei tuoi ricordi, ti crea sensi di colpa, ti manipola, ti studia, parla la tua lingua da qualunque parte tu provenga, crea caos. E così ti restituisce un’idea del suo straordinario, universale potere malvagio. Per questo è molto più terrificante di un diavolo estetico, perfetto, creato con miliardi di pixel.
Qui il diavolo approfitta del disagio familiare e adolescenziale. Senza pietà, sceglie il controllo delle tue debolezze.
IL SILENZIO DI DIO
Padre Karras è un gesuita e psichiatra al quale viene chiesto il primo soccorso alla ragazza. È logorato dal rimpianto per aver lasciato la madre anziana a morire in solitudine in un ospedale pubblico, ha perso la fede ed è schiacciato dai dubbi. Anche lui diventa preda della Bestia.
Nemmeno l’ultima carta religiosa — il vero esorcista, interpretato da un titanico Max von Sydow — ci rassicura sulla certezza della forza dell’intervento divino. Il dilemma male bene è un conflitto che esiste dalla notte dei tempi, e verso il quale può esistere solo il Credo o il non Credo.
Il finale e la sua morale non hanno nulla a che fare con le nostre aspettative o con il desiderio di rassicurazione. Il demone ha vinto? Ha perso? Non può essere tutto così facile e hollywoodiano.
Evidentemente, “Colui” non se ne cura. Il suo scopo è distruggere la fede, corrompere, umiliare, provocare, insinuarsi nelle fragilità e debolezze umane.
O sfidare addirittura Dio? Forse. Ed è forse proprio per questo che Dio, a volte, non risponde alle provocazioni.
