“Progresso e Distruzione. Né a destra né a sinistra”

di STEFANO GRIMALDI

Si può fare di tutto con le baionette, tranne sedercisi sopra.”

Charles Maurice de Talleyrand

Il Soft Power. Così gli anglosassoni sublimano un concetto letterale e storico fatto di forza invisibile: diplomatica, culturale, artistica, commerciale, giuridica e, soprattutto, di grandi idee. Un circuito virtuoso capace di far progredire e unire i popoli — di destra e di sinistra — volendo calciare negli stinchi chi tenta di classificare bassamente l’universalità dei valori appena citati.

Per chi non è rimasto un isolato ottentotto, o peggio un indottrinato col paraocchi al posto dei Ray-Ban, sarà più semplice estraniarsi dai propri Credo assoluti (qui il buonismo non abita) e accogliere questo tentativo di riflessione: la vittoria della civiltà sulla barbarie della guerra. Analizzando brevemente perché i più grandi passi avanti dell’umanità siano arrivati proprio quando i popoli si sono “conquistati” con l’intelligenza e la cultura, e non con i carri armati.

SPADE – CANNONI – IMPERI – ILLUSIONI

Sin dai tempi del mitico sussidiario (che tenerezza di ricordi), la storia appare come una cronaca infinita di guerre, invasioni e prepotenze. Imperi la cui potenza sembrava proporzionale all’estensione dei confini, alle conquiste cruente, al genio militare della testuggine romana o agli accerchiamenti strategici di Napoleone. Perfino esaltando le gesta mirabolanti di Gengis Khan — sovrano assoluto dell’Impero Mongolo (n.d.r. 4 milioni di civili uccisi stima prudente; 40–60 milioni includendo stermini, carestie e crolli demografici legati alle invasioni).

Una lunga lista di buoni e cattivi (gialli – rossi – neri – bianchi), stabilita con criteri storici spesso aleatori, che insieme alle varie epurazioni ha fatto anche del bene… sì, no, forse, chissà… dipende, però.

A ben guardare — nonostante il chissenefregha, i problemi sono altri — scopriamo una verità più affidabile di tanti miti: gli imperi nati solo dalla forza bruta e dalla sottomissione militare sono crollati tutti, lasciando dietro di sé macerie, povertà, risentimento e zero futuro.

Il mondo è diventato grande, civile e interconnesso grazie a un’altra forza, silenziosa ma infinitamente più potente: il “potere dolce”. La capacità di attrarre, unire ed elevare i popoli attraverso idee, cultura, commerci, leggi e valori universali.

Questo potere — sempre eluso o tradito dagli uomini di cui sopra — è stato comunque la vera legacy.

Filosofia antica, Etica, Stoicismo, Università, Rinascimento, Illuminismo, la Via della Seta, i commerci, le rotte navali non cruente, le scoperte, la medicina, il conoscersi e interagire. E quante altre ancora.

Si invade per almeno due macro-motivi, a mio avviso:

  1. sei incapace di ricreare da solo, a casa tua, l’ambiente sano del tuo prossimo;
  2. sei il vero debole ignorante, da qualunque punto di vista l’umanità ti osservi.

Le logiche disturbanti e malate della prepotenza geopolitica falliscono. Sempre. Male.

Chi, tra i potenti, avesse capito qualcosa di serio leggendo o avesse avuto la mezza fortuna di andare a scuola per bene, saprebbe già quale strada scegliere. Soprattutto in rispetto a quella coerenza-incoerente poi smentita nei fatti, quando si tratta di perseguire sogni e beni per i popoli e le comunità.

Chiunque può cadere, tranne i ponti creati dalla diplomazia, dall’arte, dalla scienza, dall’ingegno e da tutto ciò di cui abbiamo parlato finora.

La storia ha dimostrato che la vera grandezza non sta nel piegare le teste, ma nell’aprire le menti.

Eppure mi rendo conto — con una certa, volontaria ingenuità — che per esercitare il potere dolce servono intelligenza, etica, empatia, visione. Qualità che troppi credono di possedere solo perché sanno esibirle in qualche oratoria ben confezionata, dal sapore aspro della manipolazione dell’ignoranza.

Invece è una questione di grandezza, non di volume. Di profondità, non di peso. Di statura interiore, non di mega ego.