di Paola Merzaghi
Chi può definirsi scrittore ?
Colui che riesce a fingere mondi non vissuti o chi riesce a raccontare ciò che profondamente vive, nella dolorosa sfida di essere sè stesso, sviscerando angosce, dolori, passioni e frustazioni, con onestà intellettuale, genuina spontaneità, toccando la tastiera del computer a comporre una melodia intonata, che non strida sul pentagramma della vita?
Cosa ha senso scrivere?
Il quotidiano accessibile a tutti, usando un linguaggio psicologicamente condivisibile o complesse introspezioni per i pochi eletti che potranno capire?
Per chi si scrive?
Per arrivare a tutti, per compiacere ai migliori o per parlare a sé stessi?
E cosa rimane dopo la scrittura ?
Un mucchio di lettere accatastate, un pensiero fotografato o la speranza lusinghiera dell’immortalità?
Ma poi, in fin dei conti, molti di noi scrivono per urgenza.
Urgenza di dar confini a un’emozione troppo grande, per dare un volto alla tristezza o disegnare la magia della vita, per non farla fuggire via, per non dimenticare chi ci ha lasciati, per placare quel fiume in piena che è l’esistere!
Artigiano del pensiero, lo scrittore, si cimenta nel costruire palazzi di ragionamenti e fantasie, intercapedini di vocali e consonanti che devono tener in piedi un concetto.
Non ho idea di chi sia veramente uno scrittore. A me succede di dover radunare ciò che ho dentro e portalo fuori dalla mia scatola cranica. Prenderne le distanze.
A volte per salvarmi. A volte per assaporare il gusto della vita. Per realizzare che ci sono. Per sanare il dubbio esistenziale che fu del grande poeta portoghese Fernando Pessoa:
” E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa ? “
Invece no! Scrivo dunque sono. La realtà non può svanire finché la incollo a un foglio, a uno schermo. Lettere come chiodi, per fissare gli struggimenti dei miei anni sui muri della città.
Frasi come sentenze sul patibolo dell’autocritica, a volte come piroette di un saltimbanco, come preghiere nel silenzio di una chiesa, nella boule a neige delle mie lacrime, nel velluto morbido di un sorriso, nello sguardo che volge ad un’orizzonte sempre più vicino.
