STEFANO GRIMALDI
“Ogni uomo è la sua memoria. Siamo quel fantasma che ci accompagna.”
– Jorge Luis Borges
C’è in ognuno di noi un territorio parallelo, più rarefatto della realtà, che cresce con l’età e con ciò che abbiamo attraversato. È un luogo che non smette mai di bussare: a volte discreto, altre volte prepotente.
È una forma di resurrezione del tempo: un ritorno a ciò che siamo stati, a ciò che credevamo di essere, a ciò che non abbiamo avuto il coraggio di diventare, a ciò che non siamo potuti diventare. Un cortocircuito in cui si mescolano ricordi nitidi, scene sfocate, entusiasmi acerbi, errori, slanci, cadute, successi. Un archivio emotivo che si riapre a volte senza preavviso, a volte se gli apriamo noi la porta.
Col passare degli anni quel materiale si fa più leggero, quasi ovattato. I colori si attenuano, il rumore si spegne, il dolore si assottiglia. Il tempo, unico vero maestro, distilla ciò che conta e lascia evaporare il resto.
La nostalgia, di cui si tratta brevemente qui, è un’emozione complessa che nasce dunque quando la memoria riporta alla coscienza un tempo passato carico di significato personale.
E’ ricordo più emozione.
Non è nemmeno una tristezza. È una compagna che aiuta a dare un senso a ciò che ci ha formati. Non riguarda solo ciò che era bello, ma tutto ciò che ha toccato i nostri sensi e la nostra intensità emotiva, proporzionalmente alla nostra capacità di sentire.
Perché “dolore”
Le parole cambiano, ma a volte conservano un nucleo che resiste.
“Nostalgia” viene da nòstos, ritorno, e algòs, dolore. È il desiderio di tornare a un tempo che non può più accoglierci. Un dolore caldo, avvolgente, che non ferisce: ricorda. Un dolore dolce.
Il paradosso
Il futuro spesso ci inquieta: è incerto, spigoloso, carico di possibilità che non controlliamo.
Il passato, invece, tende a farsi più indulgente. La nostalgia filtra, smussa, rende poetico ciò che allora non lo era affatto. Non mente: interpreta.
In certi momenti diventa un rifugio. Un luogo dove riprendere fiato, come accadeva a Leopardi quando si lasciava naufragare nel ricordo del Sabato del Villaggio, sapendo che la domenica non avrebbe cancellato la sua dolce attesa.
Perfino esperienze dure – ad esempio il servizio militare, per chi l’ha fatto – col tempo si trasformano in racconti più miti, quasi garbati, piacevoli. È il lavoro silenzioso della memoria.
Alla fine, voltarsi indietro non è un esercizio di compiacenza o ancoraggio al passato. È un modo per riconoscere la forza che abbiamo avuto, gli errori che ci hanno modellati, le paure che ci hanno accompagnati e perfino i sogni che ci hanno spinto fin dove siamo arrivati, si siano essi infranti o meno.
La nostalgia non ci trattiene. Ci lascia procedere dando un sostegno morale, ricordandoci chi eravamo e quanto o cosa abbiamo vissuto soprattutto.
